Ok, questa è una canzone che ho scritto per gli Storyboard. Ci sono molto affezionato, è nata un anno fa – più o meno – e ogni volta che la rileggo e la riprendo in mano per limarla mi rendo conto che ha sempre qualcosa da dirmi. Ogni tanto quando scrivo canzoni riesco davvero a rubare uno scorcio di quei sentimenti, di quelle impressioni, che porto dentro di me in forma cristallizzata, più come situazioni archetipe che come riferimenti precisi. E’ la stessa differenza che c’è tra pensare all’amore e pensare alla persona che ami. L’amore, in questa accezione è una specie di “forma”, di categoria. Le mie categorie sono spesso immagini miste a sensazioni, odori, paesaggi, stagioni. L’inverno è uno dei setting delle mie storie, neanche il mio preferito a dire la verità, anzi. E infatti questa canzone mi stupì fin da subito, non perché sia bella o brutta, ma perché è vera. E non sto parlando di autenticità spicciola, sto parlando di aderenza alla descrizione di una di queste forme archetipiche. Cioè: man mano che scrivevo la canzone, mi rendevo conto che, cavolo, si riferiva davvero a qualcosa di molto personale; e non parlo di situazioni specifiche: è una canzone che non parla di alcuna persona realmente passata dalla mia vita. Parla della categoria dell’hide and seek. E dico hide and seek perché mi fa senso dire “nascondino”- chissà perché, poi. L’hide and seek, nella mia personalissima terminologia, è quel movimento in cui due persone giocano a incontrarsi e sfuggirsi a vicenda, a lasciarsi indizi e tracce, a separarsi pochi millimetri prima che le loro labbra si tocchino. Una cosa che alla mia mente cinematografica (cioè, quella che si fa i filmini), piace molto. Cioè, è il momento che precede immediatamente la concretizzazione. E’ il momento in cui io so che mi vuoi e tu sai che ti voglio e ci crogioliamo in un’attesa un po’ narcisistica e un po’ giocosa. Perché tanto lo possiamo fare, sappiamo che abbiamo già deciso come andrà a finire. Non so perché la scelta dell’inverno: ho un’immagine. Una foresta in montagna, vicino a Firenze. Piena di neve, con un rifugio abbandonato e la luce accecante del sole invernale che filtra generosamente dagli alberi e fa scintillare la neve caduta durante la notte. Ma poi, nella mia canzone succede qualcosa: “E poi / mi perderai / perché io vivo di mille emozioni / e tu non sei niente / di fronte all’inverno”. Ecco, questa è forse la vera chiave di lettura dell’intero pezzo.

Cioè, è la mia stessa dichiarazione iniziale: quello che conta è lInverno, cioè lo scenario, l’archetipo, il contenitore. L’inverno sembra quasi una fascinazione estetica, come se in realtà l’hide and seek fosse tra il protagonista della canzone e la situazione stessa, non tanto un’ipotetica altra persona - che non c’è, infatti. Me la sono sempre immaginata come una figura eterea e bianca, come la neve, che però può anche fare danni quando si accumula sui rami degli alberi (ma spezza ogni ramo la forza che hai). E’ come se il protagonista, ad un certo punto, smettesse di inseguire l’altra persona per concentrarsi sull’estasi dell’Inverno, cioè sulla bellezza della situazione in quanto tale, a prescindere dai suoi protagonisti. Suppongo che faccia freddo, ma non so se ad abbassare la temperatura sia la neve o, piuttosto, il brivido. Il freddo ha un’azione da un lato sterilizzante sui contatti, dall’altro quasi rincuorante (la sensazione di stare al caldo quando fuori fa freddo).

 

INVERNO       

Intro:

Luce fredda del mio inverno

Finchè vivi tutto è eterno

Luce fresca per la terra

Sei la pace, sei la guerra

Strofa:

E sembrerà la prima volta

Che mi nascondi vecchi segreti

Ormai consumati

Ti cercherò in ogni rifugio

Mentre la neve mi avvelena

Come una scusa

Pre-chorus:

E poi

Mi perderai

Perché io vivo

Di mille emozioni

E tu non sei niente

Di fronte all’inverno

Chorus

Neve saremo io e te

Vortici caldi nella bufera

Sciogli l’inverno con me

Arriverà la primavera

Strofa

Mi scoprirai senza clamore

Sospirerai gocce d’amore

Che sciolgono un sole

Più freddo che mai

Ti affronterò senza timore

Ti ammirerò, coltre di neve

Baciando il dolore che porti con te

Pre-chorus

E poi

Tu ti scioglierai

Sei come la neve

Gentile e fugace

Ma piega ogni ramo

La forza che hai

Chorus

Neve saremo io e te

Vortici caldi nella bufera

Sciogli l’inverno con me

Arriverà la primavera

Outro

Luce fredda del mio inverno

Finchè vivi tutto è eterno

Neve bianca, neve fresca

Questo inverno è la mia festa

 

Boh, a me piace ogni volta che la leggo. Cioè, no, non è che mi piace. E’ che mi parla di me. Credo che, seppure l’essere troppo affascinati dai concetti in sé possa essere deleterio – si finisce per innamorarsi dei sentimenti, e non delle persone – questi movimenti della nostra anima siano davvero belli da seguire di tanto in tanto, anche solo per godersi lo spettacolo e trarne qualche spunto puramente estetico. Già, perché poi il difficile per molti di noi è capire che tra sentimenti e realtà ci sono le persone, e amare qualcuno è una cosa davvero difficile, almeno secondo me. Cioè, stabilire una connessione che sia davvero tra te e l’altra persona, e non tra te e l’idea di amare, o tra te e l’idea che ti fai di una persona.

Quest’anno, ho finito di scriverla. Mancava il ritornello, e ora c’è. Che sia tornato l’inverno?

Non sono credente. Per me la sofferenza non è niente di nobilitante, niente di catartico, niente di espiatorio. Niente di necessario. Non credo che la sofferenza aiuti ad apprezzare i momenti di gioia, credo che renda tutto più complicato. E’ logorante e non è né giusta né ingiusta, e se questo è vero per la sofferenza psicologica, lo è a maggior ragione per quella fisica: l’insensatezza della malattia, la tautologia insita nella domanda che chiunque ad un certo punto si deve fare: perché a me?

Però può correggere le nostre vite da ciò che non è essenziale, dalle sovrastrutture, dai vizi. Stanotte ho fatto un sogno, il sogno che mi ha spinto a cambiare il titolo di questo blog e a pensare che, ancora una volta, questo posto potesse avere un’utilità. Oggi ho fatto ad un paio di persone una domanda:

“Se sapessi di dover perdere per sempre la vista, quale sarebbe l’ultima cosa che vorresti vedere prima che le luci si spengano per sempre?”. In giapponese, “perdere la vista” si può anche tradurre con “perdere la luce”. Io trovo che sia un’espressione stupenda, come se la perdita della visione fosse un evento capace di relegare una persona, idealmente, in un buio quasi più morale che fisico. Le risposte che ho ottenuto sono state molto diverse le une dalle altre, ma fin da subito mi è stato chiaro che esse non mi interessavano affatto. Certe domande si pongono perché la risposta risiede nella vertigine che si prova non appena si sono staccate dalle nostre labbra. L’ultima barriera della reticenza è stata superata quando ho intuito che non volevo neppure sapere cosa vorrei vedere io subito prima di perdere la vista. Perché in fondo questa è solo una domanda romantica, che ti fai perché vorresti poterti dare una risposta da film [Vorrei che fossi tu]. Ma anche questo è stupido. O meglio, forse non stupido, ma solo una patina di teenage grief da scrostare per accedere al nocciolo della questione. Che è: io ho paura? Ed ecco che allora questo strano sondaggio suona come un semplice esorcismo. E allora proviamo a rispondere. Non so se ho paura, probabilmente non dovrei, sicuramente non adesso, non ora che tutto sembra prendere una direzione in salita, ma al sicuro. Piuttosto, non so avere paura. Forse questo significa fare le prove generali per quando la paura arriverà ( e sappiamo tutti che, statisticamente, un giorno o l’altro questo a me accadrà), e dovrò stabilire con lei un rapporto, farci amicizia, addomesticarla. Potermela portare dietro come un neo sulla schiena, come un vizio inveterato, di quelli che alla fine ti fanno sembrare simpatico, che fanno parte di te e del tuo personaggio. Quel giorno, vorrei aver paura ed essere così libero da concedermelo senza combattere. Sbeffeggiare affettuosamente la paura, e poi tornare sempre a chiederle scusa come si fa quando si punzecchia un amico.

Ripensandoci, è stata una domanda dolce. Come dolce è il mio stato d’animo in questi ultimi giorni, da quando so che lei non è più una fantasia, ma una parte irrinunciabile di me, come la mia passione per i blasti, come l’odore del nichel delle corde sulla mia mano, come la mia superbia, come la mia esasperata sensibilità che mi fa barcollare come un litro di doppelbock. E’ la dolcezza di imparare ad avere paura, quando è come imparare a camminare – perché, in fondo, è esattamente ciò che accadrà, camminare insieme. Io crescerò, lei farà lo stesso, come un tatuaggio che si slarga. Io invecchierò, lei invecchierà – magari la prenderà male e vorrà ribellarsi, ma alla fine dovrà arrendersi all’esaurimento delle velleità. E alla fine morirò, e lei con me. Io sono lei, o meglio, sono anche lei. E lei non è diversa da me. Un po’ come la forma ed il vuoto, nel sutra del Cuore.

Niente di nobilitante, lo dicevo all’inizio. Questo è ciò che accade, questa è la nostra storia a Dicembre di un anno sempre più strano. La dolcezza non serve a correggere l’insensatezza del destino, la totale mancanza di un progetto, la casualità, la mancanza di segno nelle umane vicende. Questo no. Ma io, adesso, voglio essere dolce – perché la dolcezza ci libera dall’oppressione dell’inesistenza di un kharma. Ed essere dolci non significa essere molli: la dolcezza è forte, la dolcezza è decisa, perentoria quando serve, è arrabbiarsi col cuore pulito. La dolcezza è voglia di esserci, voglia di decidere, è la speranza suprema che in fondo tutto sia più semplice di come ce lo dipingono. Semplice come fare una carezza ad un bambino che non sa ancora usare le doppie al posto giusto – una carezza a tutte le nostre storture, delle quali possiamo solo ridere dolcemente.

Non c’è niente di più dolce che liberarsi piano piano dell’inessenziale. E questo non è un concetto ascetico: la cura di sé non è inessenziale, così come non lo è l’aderenza alla realtà. L’inessenziale è tutto ciò che serve ad erigere una barriera, tra sé e gli altri, di fronte a sé stessi. Per questo provo un piacere particolare quando mi taglio i capelli con la lametta: ogni volta che lo faccio, sento di stare soffiando via un po’ di quel senso di inadeguatezza che mi attanagliava le prime volte. Ogni volta che io riempio il lavandino di schiuma da barba e capelli, affronto il pensiero della decadenza, e ne esco ridacchiando – perché chiunque cercherà mai di inchiodare me o la mia immagine a questa logica non è una persona libera. E allora è peggio che essere ciechi.

E’ dolcezza anche la potenza di un allenamento in piscina nel quale scopri che per spingere oltre il tuo limite devi, prima di tutto, essere felice. Quando sono felice ogni articolazione, ogni nervo, ogni muscolo mi risponde con la stessa dolcezza, e mi concede di andare avanti con orgoglio, ignorare la cautela, spremere ogni mia risorsa, azzerare le differenze. E io sono orgoglioso di avercela fatta, di non essermi accontentato di una mortificante auto-giustificazione.

La sofferenza è davvero assurda e, come dire, bruttina. Tuttora, non le trovo un senso e non riesco ad inquadrarla in alcun progetto. Me la sono beccata, e ancora più e più volte mi troverò a farmi la fatidica domanda di apertura. Perché? Questo non lo sapremo mai, e non solo, è anche una domanda completamente sterile. La tua salvezza nascerà dal momento in cui la prenderai tra le mani, proverai ad amarla e inizierai a plasmarla, come un grande male da difendere, come un nemico di cui ti sei innamorato. Oggi soffro un po’ di più, e ho davvero paura, anche se a voi non lo dirò mai. Vi chiederò cosa vorreste vedere prima di perdere la luce per sempre. Oggi soffro, ma sono felice come mai lo sono stato in vita mia, perché crescendo mi libero poco a poco, divento dolcezza. Vorrei morire a 90 anni dopo aver vissuto una vita dura, avventurosa e infinitamente dolce. Vorrei arrivare a morire dissolvendomi nella leggerezza della mia anima libera – credo sarebbe un buon risultato. Non ho merito di niente, tutto questo non mi rende migliore di nessuno, è semplicemente quello che mi sta capitando e come ho deciso di plasmarlo. Sono io, oggi. Sono un ragazzo della Via della Seta, e credo che questa sia la cosa più bella e grande che mi sia mai capitata.

Se un giorno dovessi perdere queste luci, spero che accada in una mattinata di inizio settembre, al sicuro nella brezza del mare di fine stagione, accanto a qualcuno che mi faccia dire “Sono felice che tu sia l’ultima cosa che ho visto“. Il massimo della puerilità, ma a me va benissimo.

E voi, cosa vorreste vedere prima di perdere la luce per sempre?

Tu che non capisci la mia arte

e non fai niente per lei

Tu che non stai mai dalla mia parte

e non sai quel che sei

Oggi mi guardi cantare

E non sai

Che canto per te

E non sai

Lo strazio che è

Tu che stavi sempre in disparte

i tuoi riflessi di rame

Tu che chiudi tutte le porte

il coraggio lo chiedevi a me

Sei la fine del mondo che mi ha creato

Sei l’amnesia del mio passato

Sei la stella sporca caduta tra noi

Ascolta il mio canto se puoi

If you only once would let me
Only just one time
Then be happy with the consequence
With whatever’s gonna happen tonight
Don’t think we’re not serious
When’s it ever not
The love we make is give and it’s take
I’m game to play along

Le cose più dure non sono mai imprese titaniche. Non ci sono mai montagne da spostare, non c’è mai la morte da sconfiggere, o il maledetto vaso greco dell’amaro Montenegro da portare in salvo (anche se mi sono sempre chiesto che cavolo ci sarà voluto a caricare su un aereo un cazzo di vaso, e soprattutto in quale dimensione malata si festeggia qualcosa con un bicchierino di schifoso amaro).

E non è davvero duro niente per cui ti possa aspettare una ricompensa. E’ uno sforzo interessato. L’idea della gloria presso i posteri, del sapere che ci sarà qualcuno che penserà ” mioddio che eroe” o anche “che capolavoro!” sono benzina gettata sopra al fuoco del narcisismo. Un pensiero di questo tipo basta per andare avanti e per sopportare qualsiasi impresa.

La cosa davvero dura è quella che non puoi raccontare a nessuno, quella incomunicabile, o che comunque gli altri non vedono. E’ duro ingoiare il rospo. Ma non quando lo ingoi e te lo fai andare di traverso per far sì che gli altri se ne accorgano e ti chiedano “Che succede? Che ti hanno fatto?” e tu allora lì puoi partire con la glorificazione della tua figura di povera vittima o di titano che porta agli uomini il fuoco e ne guadagna un’epatectomia allargata quotidiana senza anestesia.
No, la cosa davvero nobile, dura, atrocemente difficile è ingoiare il rospo e stare zitti. E questo non significa essere remissivi, perché ci sono occasioni in cui davvero è giusto ingoiare questo benedetto rospo, quelle occasioni in cui a noi appare intollerabile e fonte di sofferenza un fatto, un episodio, una consapevolezza, che rientra – in realtà – nell’amministrazione fisiologica delle cose. Quello che ci fanno gli altri può apparire estremamente ingiusto. La buona notizia è che spesso non ci fanno proprio un bel niente. La cattiva notizia è che trovarsi sempre a pensare che le azioni altrui siano dirette nei nostri confronti può essere il sintomo di un narcisismo scompensato. E sicuramente distruttivo.

Riuscire in questa impresa “dura” è la nemesi stessa del narcisismo, un peccatuccio nel quale a dire il vero inciampiamo spesso – e in buona compagnia. Ingoiare il rospo, trovare la forza di resistere alle acque burrascose della rabbia che vorrebbero infrangersi sui colpevoli della nostra infelicità, riuscire a capire che ad essere viziata è la nostra visione delle cose e dei rapporti, non cedere al grilletto facile e pensare -essendone convinti – qualcosa come “passerà, e capirò che avevo torto” oppure “mi darò una calmata e le cose andranno meglio” – sono tutte conquiste. E non c’è una di queste cose che sia facile. E’ tutto dannatamente difficile. Perché nel momento stesso in cui si palesa la propria inquietudine, nel momento stesso in cui ci si presenta agli altri come “eroi” che stanno affrontando una dura battaglia, beh, ecco che nuovamente si rientra nell’ottica del narcisismo, nell’etica dell’eroe – eternamente sconfitto ma mai arrendevole.

Scrivendo, mi viene in mente che tutto sommato, anche io, esprimendo questi pensieri – certamente non frutto di esperienze a me estranee – pur con l’intento di produrre una versione codificata dalla scrittura di questi pensieri – principalmente a mio beneficio (scrivere una cosa del genere aiuta enormemente a capirla, è un po’ come la psicanalisi), sto pur sempre presentando una versione un po’ “eroica” di me. Come di qualcuno che ha capito. Pensate che sto addirittura pensando di cancellare questo post per essere fedele a quello che esprime. Tuttavia non lo farò. E la ragione è una sola.

Questo è un post strettamente personale. Come tale, pochi capiranno riferimenti a cose e persone realmente esistenti. Molti, credo, potranno però riconoscersi in un certo tipo di pensiero, di disposizione d’animo. Una disposizione dolce ma rassegnata, e anche un po’ forte.

Oggi è venerdì. Il venerdì in biblioteca biomedica è il giorno che preferisco in assoluto, perché fondamentalmente c’è poca gente. Non solo. La poca che c’è è unita dalla consapevolezza di essere alla fine della settimana di studio serrato, e si sente relativamente in pace con la propria coscienza constatando di stare mettendo a frutto anche le ultime mezzore del venerdì, ultimo giorno settimanale. C’è distensione. Per gli studenti di Medicina la distensione è una cosa di un valore inestimabile. E’ la cura. O, più spesso, il sintomo della serenità. tutto è più lieve, l’aria è piacevole, si osserva il movimento di Careggi, che appare rilassato, diretto verso i divertimenti ed il relax del fine settimana. Come quando d’estate piove e l’asfalto fuma, e da terra si solleva quell’odore di bosco così particolare.

Bene, si da il caso che questa situazione molto particolare mi stia portando oggi a scrivere questo post. E ripeto, è qualcosa di strettamente personale, legato agli eventi della settimana, ma non solo. Il messaggio, se mai qualcuno dovesse leggere questa mia comunicazione un po’ inutile e un po’ ingenua, è che penso di avere ragione.

Lo penso quando ti vedo che neppure riesci a salutarmi, nonostante tutti i mesi che sono passati, nonostante la mia quiescenza, nonostante la prova tangibile che sono lontano. E allora capisco che ho ragione. Tu hai fallito. Hai fatto una scelta che si è rivelata sbagliata. E sai benissimo che io lo so, che ho visto mille metri più a fondo di tanta altra gente, che avevo afferrato perfettamente il problema e che coscientemente avevo deciso di liberarmene. Non mi saluti perché sai che ci vedo benissimo. Che posso dirti? Pensavo di avere torto.

Poi c’è la gente che crede di avere trovato la ricetta per vivere bene e che non si rende conto di stare grottescamente prolungando l’infanzia. Il tempo ci cambia, ci preclude una parte di quello squarcio che ci mette in comunicazione con l’intimità dei nostri amici più cari. Ci inquadra in un ruolo, ci blocca, ci stabilizza, ci cristallizza. Ci fa pensare più al concreto che al nostro amato iperuranio. Rifiutare le responsabilità, rifiutare il male, la malattia, la perdita della magia che circonda le cose, dell’assolutezza che pervade il nostro modo di vivere i rapporti, non ci porterà da nessuna parte. Ci rende grotteschi. Non ti sorprendere (altro interlocutore) se le donne non ti prendono sul serio. Non ti sorprendere se insegui cose che nella migliore delle ipotesi sono opzioni improbabili. Il tempo cambierà anche te, e un’infanzia infinita non è la risposta che ti salverà dall’indurimento coriaceo della crescita. Non ti salverà dal dolore. Bisogna stare nel mondo, non possiamo pensare di crearci una nicchia felice nella quale esistere indisturbati come eterni bambini. E stare nel mondo richiede anche diplomazia, compromessi, malattia, cura. Prenditi sul serio. Chiediti se gli altri possono fare altrettanto. Domandati se esiste la possibilità che qualcosa di quello che dico corrisponda a verità.

Penso sempre di essere una persona decisamente più in difficoltà della media delle persone che conosco. Forse è così, ma credo di dover ridimensionare questa idea. Non sono una vittima innocente ed incompresa, non sono un profeta cacciato dalla patria, ma nemmeno una scheggia impazzita e priva di ogni coerenza con la realtà. E su un paio di cose, stavolta, penso proprio di aver avuto ragione. E questo, tutto sommato, ha implicazioni abbastanza importanti. Le mie reazioni saranno patologiche. Ma forse lo è anche il comportamento altrui. Non posso sforzarmi di accettare come normale qualcosa che normale non è, non posso trovare giustificazioni ad un’anomalia.

Il problema, semmai è che nulla è scevro da anomalie, meccanismi stantii e malati, inganni. E questo è vero, è inutile dire che la vedo troppo nera: non la vedo nera, la vedo per quella che è, e questo a dire il vero non mi crea alcun disagio. Scegliamo di continuo, senza rendercene conto, le persone che possono darci quello di cui abbiamo bisogno in un dato istante. E questo va accettato, metabolizzato. Nessuno è mai in grado di darci più di qualche cosa. Nessuno capirà mai tutto. Nessuno sarà sempre corretto nei nostri confronti. Nessuno ci apprezzerà sempre. Il contrario non si può chiedere, o si sprofonda nella più gigantesca delle anomalie, la negazione stessa della realtà dei fatti. E quando questo accade, è urgente la somministrazione di un anestetico psicologico sufficiente per dimenticare. Dimenticare tutto. Dimentica di aver capito. Così forse si vive bene.

 

Non importa essere religiosi o superstiziosi per essere legati all’idea che tutto quello che succede debba necessariamente avere un senso, uno scopo, aderenza ad una sua Giustizia intrinseca, misteriosa, invisibile ma che ci si palesa di tanto in tanto, quando qualche accadimento, per puro caso, conferma una nostra tacita teoria. Credo sia una cosa che tutti, più o meno implicitamente, accettiamo. Anzi, direi piuttosto che abbiamo un gran bisogno di accettarlo.

Donna, 37 anni. Faccia itterica e sorriso pacifico, sereno. Madre morta anni prima in seguito ad adenocarcinoma della testa del pancreas, una delle forme di cancro più devastanti, soprattutto perché quando inizia a dare i suoi sintomi è troppo tardi: lui è cresciuto nei mesi e aveva pensato bene di non dare nessuna avvisaglia della sua presenza. Persino a noi studenti del terzo anno, portati di fronte alla “nostra” prima paziente, appariva assolutamente chiaro che dietro il sorriso beato di quella simpatica giovane donna si nascondeva la consapevolezza di stare morendo per colpa della stessa malattia che aveva colpito la madre anni prima.

La Natura è profondamente estranea al concetto di Giustizia. Guardate gli esseri umani. Nessuno si azzarderebbe mai a negare che tutti gli esseri umani debbano essere uguali di fronte alla Legge, ma questa consapevolezza può apparire quasi grottesca quando si pensa che, in realtà, l’uguaglianza legale tra gli uomini non va di pari passo con l’uguaglianza biologica. E’ ipocrita anche il 90% di coloro che inneggiano alla “valorizzazione della diversità tra gli esseri umani”, perché molto spesso sono inutili idioti che non hanno la benché minima idea di quello che stanno dicendo (un’idea peraltro molto sinistrorsa, questa). Gli esseri umani non sono biologicamente uguali, e neppure equivalenti. Il DNA ci frega alla grande. L’intelligenza è geneticamente determinata, almeno in gran parte. Il genoma intero è pieno zeppo di siti che, se mutati, predispongono l’individuo portatore della mutazione a sviluppare una serie di malattie, anche letali. Il nostro aspetto fisico, se escludiamo alcuni interventi effettuabili dall’esterno, è fondamentalmente la combinazione di una serie di cartucce di cui veniamo dotati. Quindi, ci sono persone che nascono belle e persone che nascono brutte. Persone che nascono malate, o che nascono con una bomba ad orologeria nel proprio genoma, che un bel giorno esploderà in una malattia conclamata. Persone che nascono alte o basse, intelligenti o meno intelligenti, ritardate, storpie, sgradevoli. Persino il carattere è multifattoriale – deriva, cioè, dall’interazione tra fattori genetici e ambiente. In ultima analisi, nasciamo tutti con vantaggi ed handicap. Una persona bella e intelligente farà molto probabilmente più strada di una persona brutta e non particolarmente brillante. Di questo nessuno ha colpa. Nessuno ha merito. Ma certo, è perfettamente assurdo provare a forzare una visione che vede gli esseri umani partire tutti da zero punti e poi costruirsi da soli. Errato. C’è chi parte da +100 e chi parte da -1000. L’impegno conta, certo, ma certi gap sono incolmabili. Non sarò mai un modello: se anche avessi un fisico perfetto mi mancherebbe comunque la faccia.

Abbiamo un rapporto innaturale con la bruttezza e la bellezza, fisicamente parlando. Inseguiamo la bellezza e fuggiamo dalla bruttezza. Ci innamoriamo, a volte, di persone brutte perché “ci piace il loro carattere”. Ma io non ci credo: a volte ci accontentiamo perché sappiamo di non poter aspirare a niente di meglio, a volte semplicemente preferiamo intrattenerci con una disfunzionalità complementare alla nostra. Funziona, punto. Ma ciò non toglie che in linea generale, a tutti piace la bellezza e che, a parte un piccolo margine di preferenze personali, siamo tutti in grado di concordare con una certa riproducibilità su cosa sia la bellezza fisica. Mi dite come può essere giusto un mondo in cui una persona che nasce bella ha la fortuna di attrarre gli altri, senza peraltro averne alcun merito? Una persona brutta è, senza ombra di dubbio, svantaggiata. Anche qui, senza averne alcuna colpa. Come si fa a non vedere qualcosa di assurdo in tutto ciò?

Ricordo un episodio pradigmatico. Una di quelle cose che succedono quando qualcuno tocca con la più totale brutalità un punto sul quale, generalmente, vige tra le persone l’accordo di non discutere. Una di quelle questioni “abissali”, insomma, fondanti. Stavamo leggendo un dialogo Platonico – onestamente non ricordo quale. In breve, Platone sosteneva un’idea che suonava molto come: “L’Amore è naturalmente attratto dalla bellezza, e la bellezza è la condizione necessaria per l’amore”. Certo, sarebbe stato necessario distinguere tra sfere semantiche attuali e dell’epoca platonica, ma una mia compagna, in modo a mio avviso geniale prese la parola chiedendo alla professoressa: “Scusi, ma allora secondo questa linea di pensiero chi è brutto non può ricevere amore?”. La professoressa rimase impietrita per alcuni istanti, cercando di mediare una risposta “diplomatica”. Più tardi, mi confessò: “Sai, quando la Claudia mi ha fatto quella domanda ci sono rimasta male… In effetti Platone diceva proprio quello!”.

Ricapitolando. Questo è un  mondo dove l’uguaglianza tra le forme di vita è assolutamente impensabile. Nessuno assegna vantaggi e handicap, semplicemente essi si distribuiscono casualmente nella popolazione. E anche gli eventi, beh, sono un po’ come la pioggia, bagnano chi si trova per strada e magari non è uscito con l’ombrello perché il cielo era stato sereno fino a pochi minuti prima. Non c’è un senso. Ma quello facciamo in modo di trovarlo noi: la religione  - in particolare il cristianesimo – liquida la questione con un pensiero geniale (geniale sul serio) : tutto quello che di brutto ti capita nella vita è una prova che Dio ti ha messo di fronte e se la supererai sarai sempre più vicino al Paradiso. Cioè, più soffri quaggiù, più sarai degno di stare lassù. Quanto ai “talenti”, anche quelli sono amministrati da Dio, che li assegna in modo rapsodico, ma non privo di logica: devi fare in modo che quelli che hai vengano messi a frutto, tanti o pochi che siano. Se parti da 1 e ottieni 10 hai fatto una bella cosa. Se parti d 10 e finisci con 11, beh, sei stato un cattivo amministratore. Tutto ciò è geniale, se ci credi fermamente. Ma sono sicuro che anche il credente più fervente finirebbe per vacillare se la sua famiglia fosse sterminata dalla caduta di un aereo sulla loro abitazione. Per dire.

Ma sarebbe idiota pensare che solo i credenti siano soggetti a questo tipo di necessità. Pensiamo alla Legge: il laicissimo tentativo di rendere uguali esseri umani che non lo sono. Non fraintendetemi, la Legge è assolutamente indispensabile alla vita nella comunità, e sostiene l’uguaglianza legale degli esseri umani, non certo quella biologica, anche se da questo punto di vista molto potrebbe essere discusso: per esempio, se si scoprisse che la mutazione di un determinato gene è determinante nello scatenare la follia omicida, sarebbe la stessa cosa?

Anche io stesso, scrivendo questo post, in qualche modo cerco di razionalizzare, capire e descrivere lo stato di ingiustizia fisiologica che vige nel mondo. Anzi, sarebbe meglio dire che il concetto stesso di ingiustizia non si può applicare a una situazione simile. Ma c’è una scissione di fondo: se la Natura è totalmente estranea a questa idea, noi invece abbiamo bisogno di trovare un senso, uno scopo, una ragione per tollerare che esista gente splendida che senza alcuna colpa schianta a 37 anni, e che certa gente nasca bella, ricca, fortunata, senza alcun merito, semplicemente perché così accade. Pensandoci seriamente, temo, si finirebbe per impazzire.

Chi ha un certo modo di intendere e vivere lo sport sa benissimo quanto esso possa costituire una palestra di carattere.

La mia esperienza personale è basata su tre sport in cui il “dolore” è una componente molto presente. Il canottaggio, il mio amore originario. Il nuoto, il mio amore ‘freddo’ attuale e non corrisposto. La corsa di fondo, una costante dei momenti di masochismo per uno che soffre di tendinite ileotibiale.

Per semplicità prendiamo la corsa. Costituisce una forma di allenamento molto diffusa perché è semplice, non c’è (apparentemtente) nulla da imparare, si bruciano calorie, si può fare pressoché ovunque e senza equipaggiamenti particolari (ma attenti alle scarpe eh). Chiunque, a prescindere dal proprio livello, sa benissimo che ad un certo punto della corsa, quando l’acido lattico inizia a formarsi come prodotto della glicolisi anaerobia, l’ambiente intracellulare inizia ad acidificarsi, eventuali difetti posturali iniziano a pesare sulle articolazioni, il senso di dispnea e la frequenza cardiaca elevata si fanno fastidiose, in cui la mente inizia a gridare una parola… Dapprima sussurrandola, piano piano alzando la voce sempre di più, finché non diventa un grido impossibile da ignorare: “Basta”.

Tutti possono arrivare a questo livello. Quello che cambia è il livello di insorgenza di questo senso di impossibilità a proseguire. Per un principiante ci vorranno pochi minuti, per un corridore più esperto sarà questione di aumentare la velocità e di fare un po’ di chilometri. Il fatto che sia una condizione “universale” fa sì che tutti ci possiamo confrontare con questa realtà. Nuotando, poi, questo momento arriva ancora prima e dato l’ampio coinvolgimento muscolare è anche molto più totalizzante.

Quello che in pochi sanno, è che in quei momenti il nostro organismo sta mentendo spudoratamente. D’altra parte, in molti si saranno trovato in situazioni di grande spavento, pericolo, necessità di raggiungere un luogo, un autobus in corsa… In quei momenti si sviluppano prestazioni fisiche incredibili, impensabili altrimenti. Ovviamente la stimolazione adrenalinica ci fa assumere un assetto più adatto a sviluppare forza e velocità, e non solo: alcune aree del nostro sistema nervoso centrale, sotto l’effetto dell’adrenalina e della noradrenalina, rilasciano sostanze chiamate oppioidi endogeni. Detta in parole molto semplici, gli oppioidi endogeni, unitamente alle catecolammine (nome cumulativo di adrenalina e cugine) sono anche in grado di inibire le fibre nervose responsabili della percezione del dolore e i centri nervosi che elaborano il senso di dolore e fatica. Il risultato è la soppressione di queste sensazioni, una reazione che deriva dai primordi. In effetti, se ci immaginiamo un ominide primitivo in fuga da una belva feroce, ci rendiamo conto che un sistema nervoso capace di cancellare la fatica è sicuramente un elemento favorevole in ottica darwiniana. Oggigiorno queste situazioni sono rare, ma vengono mimate, per esempio, dalla necessità di non perdere un autobus.

Perché tutto questo discorso? Come vi dicevo, nel momento in cui insorge la fatica durante una corsa, in realtà potremmo ancora correre per chilometri. Ed ecco la funzione “formativa dello sport”: vince sempre chi riesce a superare il limite, chi scegli di non credere al proprio corpo e di andare avanti. E per chi ci riesce c’è anche una ricompensa: una bella cascata di beta-endorfine – oppiodi endogeni, appunto – rilasciate nelle fasi più avanzate dello sforzo fisico: questo spiega anche il paradosso che molti di noi conoscono bene: il fatto che a fine allenamento molto spesso si senta molto meno la fatica rispetto a quando si è cominciato. A molta gente di tutto questo non frega assolutamente niente. In effetti a gran parte di noi basta fermarsi alle prime avvisaglie di fatica: in fondo a tante persone aver fatto quei 15 minuti di attività sembra già molto – e, badate, non sto parlando di sessantenni obesi e diabetici, ma  di ventenni e trentenni in apparente perfetto stato di salute. Non sono nessuno per dire che questo sia sbagliato. Ognuno è ovviamente libero di avere il rapporto che preferisce con la propria fatica, e sicuramente c’è chi esagera nella necessità di oltrepassare i propri limiti fisici.

Io, però, credo che il rapporto con il mio limite fisico sia stato per me una premessa indispensabile per trovare la voglia e le risorse mentali per provare a vincere tanti altri tipi di fatica: la poca voglia di affrontare un discorso doloroso, la necessità di studiare dieci ore al giorno per un esame ancora lontano, la voglia di non chiudere un occhio solo perché certe cose sono troppo lontane da me, la scelta di rimanere fedele a me stesso e ai miei ideali in momenti in cui fare il contrario sarebbe stato molto più facile. Secondo me è anche la scelta di andare a fondo nella realtà, di voler credere che l’esperienza che facciamo quotidianamente non sia solo un flusso casuale di eventi che non ci riguardano, ma che sia uno scorrere di informazioni che possiamo analizzare, considerare, che possono fare una differenza, che possono interessarci; è in ultima analisi lo sforzo di fare nostro ogni momento e di non rinunciare a un’esperienza solo perché faticosa o difficile da perseguire, è la voglia di continuare anche quando dobbiamo farlo da soli perché tutti gli altri hanno smesso. E’ la voglia di scegliere la complessità della realtà, di non lasciare che una parte di noi si addormenti per sempre accontentandosi della superficie.

Fermarsi durante una corsa è facile, non fermarsi è una scelta difficile, faticosa, e in fondo assolutamente ininfluente. Non ci sarà nessun beneficio (a parte le calorie bruciate e i muscoli più sollecitati), non è moralmente giusto. E’ semplicemente una scelta che comporta l’esperienza del dolore e del limite. Insomma, c’è poco di fisico. Tanto più che, quando si è scelto di continuare e si inizia a sopportare il dolore, si entra in una dimensione alla quale difficilmente si potrebbe accedere altrimenti. E’ una dimensione nella quale, fondamentalmente, ci si guada allo specchio e si accede ad una parte di noi stessi tanto istintiva quando fondamentale. E ogni volta che si corre si riprende il corso da dove si era interrotto, e si porta avanti. Correre, ma in generale fare sport in questo modo, a stretto contatto col dolore e con i propri limiti, è un modo eccellente per portare avanti una sorta di educazione spirituale. Personalmente, ricordo di aver preso molte decisioni e di aver raggiunto molte conclusioni correndo o nuotando. Credo persino che alcun delle mie migliori pensate mi siano arrivate dal dolore dello sport.

Per questo, anche se non credo che questa sia necessariamente un’esperienza irrinunciabile che tutti dovrebbero fare, penso che la mia vita ne abbia tratto grande giovamento, non tanto dal punto di vista fisico, ma soprattutto nella formazione del carattere: ogni momento di cambiamento nella mia vita, ogni momento di raggiungimento di un equilibrio, è sempre stato accompagnato da un’intensificazione della fatica sportiva che tentavo di infliggermi. Persino adesso che non sono certo nelle migliori condizioni di salute e che il numero dei miei globuli rossi si abbassa pericolosamente, mi rendo conto di ricercare la fatica per poter accedere a quella dimensione in cui mi è concesso di parlare con me stesso, dirmi cose che altrimenti non riuscirei mai a dirmi, insegnarmi il cammino che credo essere quello giusto.

Non fermatevi quando la vostra mente vi sta dicendo “Basta”. Le cose più belle arrivano dopo.

Chi si fosse preso la briga di leggere la data dell’ultimo post – peraltro il primo ed unico presente su questo blog sino a pochi minuti fa – si sarà certamente chiesto: qual è il senso di aprire un blog del tutto inessenziale, se poi non lo si aggiorna per, vediamo… più di un anno? Giusto. Ma questo blog non nasceva come alternativa a quello già esistente, peraltro utilizzato per lo più per lamentarmi con criptici versi o per esaltarmi con massime che francamente a volte trovo poco condivisibili persino io. E  questo non è neppure un blog che rispondesse a esigenze diverse, non è – cioè – un’oasi nella quale volessi di tanto in tanto rifugiarmi per riprendere un discorso ben preciso.

No, questo blog esiste perché un giorno ho deciso che doveva esistere. E’ il blog sul quale corro ogni volta che penso “Oh, cazzo, quanto sarebbe bello tornare a Shibuya e infognarsi nel suo jazz”. A Shibuya ci sono stato, e ci voglio in effetti tornare. Quanto al jazz, beh, non ho idea di cosa c’entri realmente con Shibuya, ma tant’è. Sarà l’idea. Il sapore, quel genere di cosa un po’ così.

Quindi questo non è neppure un blog politico o d’opinione, nel quale mi voglia proporre di fare informazione di quella contro il regime. Ne leggo di questi blog. Non sempre stimo gli autori, a volte comunque li stimo davvero. Ma non è roba per me. La mia, da quel punto di vista, è l’opinione dell’italiano al quale, per adesso, i coglioni non girano abbastanza da suscitare in lui la vena della satira politica.

E non è neppure un blog nel quale proporrò interessanti riflessioni sul mondo del social network, del quale, a dire il vero, mi frega davvero pochissimo. Per Twitter, poi, ho delle punte di odio, ma sembra davvero un grande strumento dal momento che ogni tanto qualche persona famosa lo usa per dichiarare cose come “Sono tornata a casa ubriaca LOL”.

Solo una cosa. Spero che questo blog venga letto. Tutto qui. Mi basta questo, che lo legga qualcuno. Non una o più persone in particolare, semplicemente qualcuno. Ma badate, non cerco comprensione, commiserazione, amicizia, considerazione. ammirazione. Alcune di queste cose non mi interessano, altre so già dove cercarle. Non c’è molto tempo. Dirò delle cose, e mi piacerebbe che alcune di esse potessero rimanere con qualcuno, e sì, probabilmente questo è puro narcisismo. Ma d’altra parte, secondo voi, quanto diremmo e faremmo delle cose che abitualmente diciamo e facciamo se non pensassimo, almeno in qualche angolo recondito della nostra anima, che  possano davvero essere significative?

 

 

Chi prende l’autobus lo sa. A meno che non lo prenda con gli occhi accuratamente foderati di cazzi propri. Io prendo l’autobus da una vita – un po’ per scelta, un po’ per la mia nota incapacità nel condurre ciclomotori, un po’ perché usare la macchina è stressante e insostenibile dal punto di vista ambientalistico. Dunque lo so. Perchè fondamentalmente l’osservazione è divertente, a volte persino gravida di considerazioni che poi posso scrivere su facebook passando come quello figo che scrive cose indubitabilmente fighe. Chiaramente questa è l’ultima cosa che andrebbe osservata. La categoria “moments of being” di questo nuovo blog è stata pensata appositamente per esprimere le mie rielaborazioni di quei momenti in cui la mia percezione delle cose è squarciata da uno di quei famosi “sempre nel mai”. Chi legge i blog, solitamente, ha una cultura sufficiente per capire cosa io intenda con questa espressione mutuata da un libro di enorme successo.

Dicevo, chi usa l’autobus lo sa, sa cosa sono i rapporti da autobus. La nostra vita quotidiana, nella sua parte legata ai trasporti è squisitamente routinaria. La serie di variazioni che il copione ammette è piuttosto esigua, e questo vale soprattutto per gli orari e i nostri compagni di viaggio. Molti di noi prendono gli autobus sempre alla stessa ora. Questo, specialmente la mattina presto, significa trovarsi a spartire quei metri cubi di acciaio e carne con le stesse persone ogni mattina. Addirittura alla fermata la compagnia è soggetta  a variazioni veramente minime. Chi pensa che la vita abbia valore solamente – o quasi – in funzione dei picchi di imprevedibilità e di sconvolgimento emotivo è fondamentalmente affetto dallo snobismo cronico e patologico degli esteti che, per definizione, non capiscono un cazzo e si perdono sempre la parte migliore. Questo per dire che routines come queste sono tutt’altro che prive di interesse. I compagni di autobus si imparano a conoscere, anche se molto raramente ci si parla. Non se ne conosce neppure il nome, la loro provenienza è ignota. Spesso anche la loro destinazione, anche se quella ci si può divertire ad intuirla osservando i loro comportamenti, gli oggetti che portano con sé, rubando spezzoni delle loro conversazioni. 

I compagni di autobus esistono fondamentalmente solo per quei venti minuti ogni mattina. Se ci si pensa, l’autobus ha in sé qualcosa di molto intimo la mattina presto. E’ una fase di preparazione. Un limbo tra il sonno e il tuffo nella giornata che sta iniziando. Quando si aprono le porte la gente si tuffa nella vita che inizia. L’autobus è un momento quasi autentico, relativamente poco filtrato. Nessuno sa niente di nessuno, o quasi. La necessità di ricoprire un ruolo e di censurarsi non è così forte, anzi. Certe volte ho quasi l’impressione che sia estranea alla dimensione dell’autobus. Forse c’è qualcosa di particolare nel modo di incrociare gli sguardi degli altri passeggeri. Forse no. 

Dopo qualche mese, ci sono persone che sei abituato a vedere ogni mattina. Non sono tuoi amici, non li conosci neppure. Ma sei abituato a vederli ogni mattina, e li riconosceresti ovunque. Conosci anche qualche loro tic. Se uno di loro viene a mancare, te ne accorgi subito e non puoi fare a meno di chiederti dove sia finito. Avrà cambiato facoltà? Si sarà trasferito? Avrà cominciato a venire in motorino o in macchina? Gli sarà successo qualcosa? Sarà morto? Ovviamente questi interrogativi svaniscono una volta che si è scesi dal bus, perché nella vita che pulsa e trascina non hanno alcuna rilevanza. 

Poi però, può capitare una cosa strana. Può succedere che alcuni dei propri compagni di bus frequentino durante il giorno luoghi che frequentiamo anche noi. E allora capita di incontrarsi. Non ci si conosce, ma ci si riconosce. Gli sguardi si incrociano e indugiano un po’, perchè in fondo si trovano di fronte a facce ben conosciute, che tuttavia sono quelle di sconosciuti. A volte ti viene persino da salutarli, ma che senso avrebbe? Certe cose non esistono nella vita che scorre senza sosta.

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